Il nipote di Ibrahim e i migranti del futuro     AGOSTO  2015                                                   

da pardre Armanino, Niger

Abramo o Ibrahim è il capostipite riconosciuto delle tre religioni chiamate monoteiste. Era un migrante come tanti altri del Medio Oriente. Gli specialisti parlano della 'mezza-luna fertile' che va dall'Irak attuale fino all'Egitto passando per la Palestina dei muri. Ha abbandonato la sua terra natale per cercare un futuro differente per sè e la sua famiglia. Nessuno l'ha mai chiamato 'clandestino' o 'irregolare' eppure non possedeva documenti d'identità nazionale. Avrebbe potuto essere arrestato, detenuto, espulso, deportato o perseguitato. La storia religiosa dell'umanità non sarebbe ciò che oggi conosciamo. Ibrahim, la sua famiglia e il suo bestiame hanno potuto circolare liberamente. Ha persino potuto acquistare un pezzzo di terra per la tomba di sua moglie con un regolare contratto.

Qualche giorno fa, in Algeria, hanno arrestato una sessantina di migranti ‘clandestini’. Questa parola non esisteva in questa parte del mondo. Le migrazioni, lo sappiamo, sono alla base della molteplicità della presenza umana nei vari continenti. Più ancora, sembra che il primo ceppo umano si sia sviluppato in Africa. Da qui, alcuni gruppi di migranti ‘irregolari’, hanno popolato col tempo il mondo ora civilizzato. Si sono sparsi dappertutto dove era possibile e ciò ha prodotto nei millenni le diverse razze che oggi apprezziamo. Per fortuna non avevano incominciato a costruire barriere o fili spinati di recinzione. Le frontiere non erano ancora state inventate e neppure si concepiva la possibilità di centri di identificazione ed espulsione. Sconosciuta, poi, l’immigrazione ‘scelta’.

Le parole sono pericolose. Con loro si possono costruire muri che dividono o pietre che feriscono. Le parole come arma di distruzione di massa letale. Non c’è bisogno di una fabbrica per produrle. Basta possedere una televisione, dei giornali e soprattutto il potere di dominare l’uso delle parole. Chi confisca le parole governa la politica, l’economia e la religione. Il nome ‘clandestino’ significa ‘ciò che si fa in segreto, che opera di nascosto’. Applicata ai migranti e ai richiedenti asilo, questa parola è diventata sinonimo di ‘criminale’. Se a questa si aggiunge ‘irregolare’ allora la misura del pericolo è al colmo. Si tratterà senza dubbio di invasori, barbari, banditi o almeno disertori. La politica delle parole è ben servita.

Eppure, per millenni, il Sahel e il Sahara sono stati luoghi di passaggio. E’ solamente da qualche decina d’anni che il transito di persone e beni sono diventati ‘il’problema di queste regioni. Certo, non si tratta di essere ingenui e ciechi con riferimento a coloro che le usano per commerci illegali. Per molti, grazie alle armi, alla droga e alle sigarette, il deserto è un’autostrada che trasporta soldi in camion. Sembra utile, pertanto,  interrogarsi su questo ‘strano’ fenomeno che può trasformare esodanti in criminali da arrestare e espellere. Alla radice si trovano gli interessi occidentali con la complicità dei politici africani. Prima strozzano le economie locali e in seguito si arrogano il diritto di scegliere i nuovi schiavi.    

Tra i sessanta migranti arrestati in Algeria. Le migliaia annegati nel mare.  Le centinaia che hanno perso la vita nel deserto per aggirare i controlli. Gli altri detenuti nei campi di detenzione o nelle prigioni. Tra di loro si trovano  barbieri, calciatori, ingenieri, giornalisti, meccanici, artisti, contrabbandieri, inventori, contadini, artigiani, pescatori e guide turistiche. E, vestito da migrante, uno dei ultimi nipoti di Abramo. Figlio irregolare del futuro del mondo.

. mauro armanino, niamey, agosto 015