VOLANTINO DELLA SETTIMANA TORNA

924 ORA

12 febbraio 2020

    Io sto con i portuali di Genova contro le navi cariche di armi

 

Nello scorso maggio o portuali genovesi hanno rifiutato di caricare armi sulla la nave saudita Bahri Yanbu. Armi che la monarchia saudita avrebbe immediatamente usato nella guerra che sta conducendo in Yemen. Armi che, come accade ormai in tutte le guerre, avrebbero ucciso, ferito e mutilato soprattutto dei civili

La “nave della vergogna” è ripartita dal porto di Genova senza quel carico.

I pacifisti e le pacifiste dell’ora in silenzio per la pace hanno condiviso sostenuto la lotta dei portuali. Non era la prima volta che le organizzazioni dei lavoratori e quelle pacifiste si ritrovano sulla stessa piazza a Genova: dai blocchi contro la mostra navale bellica degli anni ’80 al G8 persone e sensibilità diverse si sono trovate  sempre dalla stessa parte quando è stato necessario rivendicare  diritti per le persone ed opporsi alla guerra.

Tra pochi giorni, probabilmente il prossimo lunedì, un’altra “Bahri” attraccherà a Genova. I portuali genovesi sono già mobilitati contro questo nuovo carico di armi; e si sono appellati a singole persone ed organizzazioni affinché sostengano la loro lotta.

Accogliamo senza riserve questo appello alla solidarietà ed insieme ai portuali chiediamo che:

- i materiali bellici non caricati a Genova vengano rifiutati anche dai lavoratori di tutti gli altri porti

- i sindacati sostengano la lotta dei portuali, che non dovranno rischiare sanzioni o addirittura il posto di lavoro per aver preteso il rispetto della Costituzione che ripudia la guerra, e della legge che vieta il commercio di armamenti con nazioni in guerra

- si pongano le basi per la riconversione nel civile dell’industria bellica, con salvaguardia dei posti di lavoro. Non è vero che l’industria militare è intoccabile perché “dà lavoro”. Anche scuole, cultura e risanamento ambientale “danno lavoro”. E’ considerata intoccabile perché “dà profitto”. Ma questo non è certamente un problema delle lavoratrici e dei lavoratori.

- vengano superate leggi come il job act,  che limitano di fatto  il diritto di  sciopero con il ricatto del licenziamento e l’elemosina umiliante delle sei mensilità: di fatto una condanna all’indigenza per chi perde il proprio posto di lavoro

L’appuntamento per tutti e tutte è perciò sulle banchine del porto di Genova, dove non devono né arrivare, né partire, strumenti di morte.