Risveglio e attesa nei paesi arabi

 

 Mentre nell’Unione europea predomina il timore per una possibile immigrazione di massa proveniente dalla Libia, gli Stati uniti si preoccupano piuttosto delle ricadute del risveglio arabo sull’ordine regionale. Temono le conseguenze della caduta di Mubarak, asse centrale della loro politica, sia sul dossier iraniano che nel conflitto arabo-israeliano. Ma tutti i calcoli potrebbero saltare con l’intervento di opinioni pubbliche sensibili al calvario dei palestinesi.

di Alain Gresh

Da diverse settimane, scioperi e manifestazioni si susseguono in questo grande paese musulmano. La crisi economica e sociale, il saccheggio dello stato da parte della famiglia del presidente, un autoritarismo senza limiti scuotono il pilastro della politica americana nella regione. E Washington abbandona il suo vecchio alleato. La segretaria di stato chiede al dittatore di dare le dimissioni per «aprire la via a una transizione democratica».

 Non siamo in Egitto nel febbraio 2011, ma in Indonesia nel maggio 1998. È Madeleine Albright, e non Hillary Clinton, che parla. Suharto, arrivato al potere nel 1965 con l’aiuto della Central Intelligence Agency (Cia), dopo aver fatto massacrare circa mezzo milione di comunisti o supposti tali, deve lasciare la scena. Con la caduta del muro di Berlino (1989) e la fine dell’Unione sovietica (1991), l’Indonesia ha perso il ruolo di avamposto nella lotta contro il comunismo e, a Washington, si preferisce appoggiare un movimento di democratizzazione, orientandolo in modo da favorire gli interessi degli Stati uniti. Tanto più che il presidente William Clinton vuole ora dare al mondo un’immagine più aperta dell’America. Alla fine, la scelta si rivelerà giusta, e Giacarta manterrà strette relazioni con Washington, anche se l’Indonesia, membro attivo dell’Organizzazione della conferenza islamica, darà prova d’indipendenza, ad esempio sul dossier nucleare iraniano. Qual è la lezione da trarne? Prima di tutto, che nessuna dittatura è eterna, anche quando imperversa nel più popoloso dei paesi musulmani. Poi, che i cambiamenti interni influiscono sulla politica estera, ma che l’ampiezza dei mutamenti varia a seconda dei contesti: l’Egitto non è l’Indonesia; il Medioriente non è il Sud-Est asiatico.

 Nei corridoi dell’Eliseo e in quelli delle cancellerie occidentali era normale irridere alla «via araba». Perché tener conto di quanto pensavano quelle poche centinaia di milioni di individui, da cui aspettarsi, al massimo, slogan islamisti o antioccidentali, quando ci si intendeva così bene con i loro dirigenti, capaci di imporre in casa un ordine proficuo; quando monarchi e presidenti accoglievano i nostri governanti, ma anche i nostri intellettuali, con un’ospitalità tutta orientale – dal 1995 al 2001, il Marocco ha registrato quattrocento soggiorni privati di ministri francesi; quando quegli autocrati continuavano a mantenere la finzione di un «processo di pace», mentre la colonizzazione israeliana avanzava?

 In poche settimane, il mito della passività dei popoli arabi, della loro mancanza di attitudine alla democrazia, è andato in pezzi. Le rivolte tunisina ed egiziana, i movimenti che scuotono la regione, dall’Algeria al Bahrain passando per lo Yemen e la Libia fino a toccare anche l’Iran non arabo, non riguardano solo le scelte sociali e di sviluppo, ma anche la politica regionale. Per la prima volta dagli anni ’70, non si può più analizzare la geopolitica della regione senza tenere conto, almeno parzialmente, delle aspirazioni di popoli e di paesi tornati a essere attori del proprio destino.

Dei manifestanti mostrano cartelli

scritti in ebraico, sostenendo che questa

è l’unica lingua compresa da Mubarak

È vero prima di tutto per l’Egitto. Anche se è troppo presto per disegnare i contorni della sua futura politica estera, tutti gli osservatori convengono che la Casa bianca ha perso un alleato fedele,un amico leale sul quale, insieme con Israele, si basava da trent’annila sua strategia regionale – l’Egitto ha partecipato in particolare alla guerra contro l’Iraq (1990-1991). Negli ultimi anni, Hosni Mubarak aveva guidato la crociata contro la «minaccia iraniana»; aveva mantenuto l’illusione di un «processo di pace», facendo pressione sull’Autorità palestinese affinché proseguisse i negoziati, accogliendo regolarmente a Sharm El-Sheik dirigenti israeliani chiaramente contrari a qualsiasi accordo di pace; aveva partecipato al blocco di Gaza e contribuito a far fallire tutti i tentativi di riconciliazione tra Hamas e Fatah, compreso quello negoziato da un altro paese «moderato», l’Arabia saudita (accordi della Mecca, febbraio 2007). Durante la rivolta di questo inverno, alcuni manifestanti brandivano cartelli in ebraico proclamando questa come l’unica lingua capita da Mubarak: quella dei dirigenti israeliani.

 Gli accordi firmati a Camp David hanno lasciato mano libera a Israele Il Consiglio supremo delle forze armate, che per ora esercita il potere al Cairo, ha tenuto a rassicurare Washington e Tel Aviv confermando che il paese rispetterà gli impegni internazionali – un riferimento agli accordi di Camp David (1978) e alla pace israeloegiziana firmata nel 1979. Ma, se è poco probabile che il popolo egiziano chieda di tornare allo stato di guerra, tuttavia esso non ritiene questi patti un fattore di pace e di stabilità regionale – al contrario. Come scrive Steven A. Cook, del Council on Foreign Relation (New York), «dal punto di vista di molti egiziani, questi accordi ostacolano il potere d’intervento del Cairo, mentre permettono a Israele e agli Stati uniti di difendere senza ostacoli i loro interessi regionali. Liberato dal rischio di una guerra con l’Egitto, Israele ha potuto riempire le colonie di Cisgiordania e Gaza di centinaiadi migliaia d’israeliani, invadere due volte il Libano [nel 1982 e nel 2006], proclamare Gerusalemme capitale dello stato e bombardareIraq e Siria (1)».

 Ogni volta che ne ha avuto la possibilità, il popolo egiziano ha espresso la propria solidarietà con la Palestina e il Libano. Durante la guerra dell’estate 2006, i ritratti di Hassan Nasrallah, dirigente dello Hezbollah, tappezzavano le botteghe del Cairo, mentre il regime condannava l’avventurismo dell’organizzazione. I manifestanti che si sono battuti per imporre il pluralismo e la democrazia non hanno una particolare simpatia per l’Iran, paese non arabo e sciita, percepito storicamente come un rivale e la cui deriva repressiva si conferma ogni giorno un po’ di più. In compenso, apprezzano il suo rifiuto di piegarsi ai diktat degli Stati uniti e di Israele.

Domani, un governo più rappresentativo al Cairo dovrà tenereconto dell’opinione del popolo, sia per quanto riguarda la striscia di Gaza sia nelle relazioni con Israele, e adotterà certamente una politica più prudente riguardo ai tentativi americani di creare un fronte comune (non dichiarato) fra paesi arabi e Israele contro Tehran.

 Il margine di manovra del Cairo dipenderà anche dalla situazione economica, scossa da anni di «liberalizzazione». Il paese resta tributario dell’aiuto militare e alimentare degli Stati uniti e dei fondi dell’Unione europea. C’è chi intravede la possibilità che adotti una politica estera indipendente, simile a quella della Turchia; ma il margine di manovra di Ankara si basa sul dinamismo della sua economia, su un prodotto nazionale lordo tre volte superiore a quello dell’Egitto (con una popolazione quasi uguale).

 Gli sconvolgimenti del Cairo hanno preoccupato gli altri paesi arabi considerati «moderati», e in primo luogo l’Arabia saudita. Il re Abdallah è intervenuto a favore di Mubarak presso il presidente americano. Un timore ossessiona questi dirigenti: quello di un declino americano nella regione. La capacità degli Stati uniti di consolidare un ampio fronte contro il programma nucleare iraniano e di imporre sanzioni non ha cancellato il loro fallimento in Iraq – le truppe americane dovrebbero ritirarsi prima della fine dell’anno e il paese è coinvolto dall’ondata di proteste che sommerge la regione –, né la paralisi in Afghanistan, né l’incapacità di ottenere il blocco della colonizzazione dal governo israeliano.

 Le dimissioni del governo libanese di Saad Hariri, nel gennaio 2011, e l’abbandono di Mubarak hanno aggravato le paure dei «moderati » arabi, sconvolti dal fatto che il movimento a favoredella democratizzazione si sia esteso dallo Yemen al Bahrain. La stessa gioventù del Golfo, infatti, non è insensibile a quanto succede in Tunisia e in Egitto. Il quotidiano saudita Al-Watan (16 febbraio) metteva velatamente in guardia le autorità, chiamandole a tenere conto delle aspirazioni di una gioventù che «si interessa ai piani di sviluppo, ne segue la realizzazione, la rapidità di esecuzione, ne misura l’efficacia, il costo e si informa su chi siano i beneficiari e i perdenti di questi piani» – un’allusione alla corruzione che devasta molti progetti nel regno. E’ senza dubbio una delle ragioni dell’intervento dei paesi del Golfo in Barhain per schiacciare il movimento di riforma democratica, in nome della lotta contro le ingerenze iraniane. In seguito, una repressione violenta si è abbattuta sull’opposizione, accompagnata da una propaganda antisciita, antiiraniana e antiirachena che rischia di aggravare le tensioni confessionali tra sanniti e sciiti in tutta la regione, un modo come un altro di distrarre le rivoluzioni democratiche dai loro obiettivi.

 Quanto all’Autorità palestinese, perde con Mubarak un alleato fedele, ostile alla riconciliazione con Hamas, che offriva una cauzione alla sua politica di negoziato con Israele. Deve tenerne conto. A metà febbraio, ha depositato al Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) una risoluzione di condanna della colonizzazione israeliana. Obama ha chiamato Mahmoud Abbas per chiedergli di ritirare il testo. Quest’ultimo ha rifiutato, nonostante le forti pressioni della Casa bianca, mostrando un irrigidimento della sua strategia nei confronti del padrino americano. L’impasse spingerà anche i giovani della Cisgiordania – come peraltro quelli di Gaza – a manifestare la loro aspirazione a una maggiore libertà e dignità? A iscrivere la loro lotta nel quadro della difesa dei diritti umani e dell’eguaglianza? A scendere pacificamente in piazza, sia per l’unità delle forze palestinesi che contro l’occupazione? L’esercito israeliano, come rileva il Jerusalem Post (2), si prepara con timore a questa eventualità, creando una forzadi reazione rapida.

 Il governo di Benyamin Netanyahu, ancor più preoccupato degli alleati arabi di Washington, non ha esitato a esprimere il suo totale sostegno a Mubarak. Una posizione, osserva Daniel Levy, autorevole membro del circolo di riflessione New America Foundation, che mostra sotto una luce particolare il constante riferimento di Tel Aviv al fatto che Israele sarebbe «la sola democrazia in Medioriente »: affermazione che non esprime tanto il timore di essere isolato, circondato da dittature, ma, al contrario, il desiderio di rimanere «unico» (3). A Tel Aviv, i dirigenti succedutisi nel tempo accettavano tanto più i regimi autoritari pro-occidentali in quanto non potevano ignorare il sentimento di solidarietà dei popoli arabi con i palestinesi.

 Al momento, il governo è paralizzato dai cambiamenti in corso, esagera volutamente il ruolo degli islamisti, stabilisce paralleli con la rivoluzione islamica del 1979 a Tehran, moltiplicando le iperboli sulla «minaccia iraniana» che il mondo non capirebbe o annunciando ai soldati, come ha fatto il ministro della difesa Ehoud Barak durante una visita al fronte del nord, che potrebbero essere chiamati a invadere nuovamente il Libano (4).

 Se «l’occidente ha perso», l’asse Damasco-Tehran e i suoi alleati Hamas e Hezbollah hanno per questo vinto? L’allargamento delle manifestazioni in Siria mostra che questo paese deve far fronte agli stessi problemi dei suoi vicini: una forte spinta demografica, programmi di liberalizzazione che hanno causato gravi ricadute sociali, aspirazione alla libertà, specialmente tra i giovani. Le due carte vincenti di cui disponeva il regime - la paura della popolazione siriana che i disordini portino a un’instabilità all’irachena, con scontri confessionali; e la sua fermezza, incontestabilmente popolare, nei confronti di Israele – non funzionano più. E se l’Iran ha resistito all’onda, è poco probabile che costituisca un modello per i popoli che reclamano più libertà. Quanto a Hamas, asserragliato a Gaza, resta senza prospettive e indebolito dalla crescita delle tensioni tra sciiti e sunniti, mentre la probabile incriminazione dei dirigenti dell’Hezbollah da parte del tribunale speciale per il Libano indebolisce l’organizzazione di Nasrallah (5).

 Abbiamo ricordato l’Indonesia e il modo in cui Washington aveva saputo adeguarsi alla caduta della dittatura. La maggiore differenza con l’attuale situazione mediorientale riguarda la Palestina, che molti osservatori ritengono, a torto, passata in secondo piano nell’attenzione dei manifestanti. Al Cairo, sono stati gli organizzatori che hanno volontariamente bandito qualsiasi slogan antiamericano e anti-israeliano, avendo deciso di concentrarsi su un solo avversario, il regime; una scelta capita da tutti. Ma, dopo la caduta di Mubarak, durante la gigantesca celebrazione della vittoria, il 18 febbraio al Cairo, i manifestanti hanno massicciamente riproposto gli slogan sulla liberazione di Gerusalemme.

“La collera araba sulla questione palestinese limita

la potenza e la profondità delle relazioni degli Stati

uniti con i governi e i popoli di queste zone,

e indebolisce la legittimità dei regimi moderati”

Per decenni, gli Stati uniti hanno potuto sostenere quasi incondizionatamente Israele senza pagarne il prezzo – se non quello dell’impopolarità agli occhi di quella «via araba» di cui si facevano beffe – visto che i dirigenti restavano comunque fedeli alleati. Maquesto periodo è finito. Già nel marzo 2010, il generale David Petraeus, allora capo del Comando centrale delle forze americane (Centcom), affermava: «La collera araba sulla questione palestinese limita la potenza e la profondità delle nostre relazioni con i governi e i popoli di questa zona e indebolisce la legittimità dei regimi moderati nel mondo arabo (6)». Il nuovo contesto geopolitico obbligherà l’amministrazione a fare scelte cruciali. Ma vorrà?

 Potrà? Le stesse domande possono essere rivolte all’Unione europea, ugualmente compromessa dalla sua acritica collaborazione con Ben Ali e Mubarak. Incapace di prendere la benché minima distanza dai dittatori, disposto a moltiplicare gli accordi con un governo israeliano ostile a qualsivoglia pace, promotrice di una politica neoliberista che ha contribuito alla povertà e alla massiccia corruzione dei paesi del sud del Mediterraneo, oserà finalmente tener conto della «strada araba», che, oh! miracolo, non è costituita da barbuti fanatici e da donne in burqa – anche se questi manifestano in massa in Yemen per la democrazia? O forse bisognerà, seguendo l’invito dell’intellettuale libanese Georges Corm, che la società civile del nord prenda esempio dalla «via araba» e «alzi a sua volta il livello di contestazione contro la temibile oligarchia neoliberista che impoverisce le economie europee, non vi crea sufficienti opportunità di lavoro e anno dopo anno precarizza un sempre maggior numero di europei di tutte le nazionalità. Un’evoluzione negativa fatta anch’essa a vantaggio di una piccola schiera di “manager” le cui remunerazioni annuali assorbono una parte sempre maggiore della ricchezza nazionale (7)».

In qualche anno, il mondo è diventato policentrico. Ogni grande paese, dal Brasile alla Cina, dall’India al Sudafrica, cerca il suo spazio, non contro l’occidente né al suo servizio, ma a fianco, deciso a difendere i propri interessi. Così, la Turchia, membro dell’Organizzazione del trattato Nord Atlantico (Nato), alleata degli Stati uniti, gioca un ruolo regionale crescente dando prova d’indipendenza sul dossier del nucleare iraniano o sulla Palestina (8). Il Maghreb e il Medioriente cercano, a loro volta, di unirsi a questo movimento planetario. «Ciò che i popoli della regione chiedono – analizza Graham E. Fuller, ex della Cia e autore di The Future of Political Islam – è di poter controllare la propria vita e il proprio destino. (...). A breve termine, questo suppone una cura severa: Washington dovrà prendere le distanze e lasciare le società a loro stesse, mettere fine alla lunga politica d’infantilizzazione dei popoli del Medioriente (...) fondata su una visione miope degli “interessi americani” (9).» Da questo punto di vista, il proseguimento della guerra in Libia e l’intervento della Nato non possono che suscitare preoccupazione.

 «Né Est né Ovest», scandivano i manifestanti iraniani nel 1979, affermando la loro volontà di confronto sia con gli Stati uniti che con l’Unione sovietica. «Né con l’occidente né contro di lui», potrebbero gridare oggi dal mondo arabo i manifestanti che affermano la propria volontà d’indipendenza e di sovranità in un mondo che sanno multipolare. Giudicheranno l’occidente dalla sua capacità di difendere i principi di giustizia e di diritto internazionale ovunque nel mondo, e in particolare in Palestina. Ma non accetteranno più che i loro governi utilizzino la lotta contro l’occidente per imporre la dittatura.

Alain Gresh

(1) Steven A. Cook, «The U.S.-Egyptian breakup», sito di Foreign Affairs, 2 febbraio 2011, www.foreignaffairs.com

(2) Yaakov Katz, «IDF prepares over fears of Egypt-style W. Bank demos», The Jerusalem Post, 18 febbraio 2011. a difendere i propri interessi. Così, la Turchia, membro dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato), alleata degli Stati uniti, gioca un ruolo regionale crescente dando prova d’indipendenza sul dossierdel nucleare iraniano o sulla Palestina

(3) Daniel Levy, « Israel’s option after Mubarak », 13 febbraio, http://english.aljazeera.net

(4) Haaretz, Tel Aviv, 15 febbraio 2011.

(5) Leggere di Alain Gresh «Beirut nelle maglie del Tribunale speciale», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2011

(6) Testimonianza davanti al Senato americano, 16 marzo 2010.

(7) Georges Corm, «Quand la “rue arabe” sert de modèle au nord», 11 febbraio 2011, www.lemonde.fr

(8). Leggere wendY Kristianasen “Né oreinte Nè occidente, le scelte audaci di Ankara”. Le Monde diplomatique, febbraio 2010.

(9).Graham E. Fuller “US Can blame itself for anger in the Middle East, and start making peace”, The Christian Science monitor, Boston, 4 febbraio 2011.

(Traduzione di Graziana Panaccione)