Una generazione araba traumatizzata dalla sconfitta

La sconfitta degli eserciti egiziano, siriano e giordano nella guerra contro Israele ha segnato il fallimento politico di una generazione che aveva puntato su sviluppo, unità araba e socialismo. Disorientate, le società si rivolgono alla religione, e si assiste all'emergere di movimenti islamici tanto più influenti in quanto i dirigenti locali, incompetenti e autoritari, non hanno altro obiettivo che conservare a qualsiasi costo il potere.

di Bassman Kodmani*

La guerra dei sei giorni ha causato relativamente poche vittime, ed è l'Egitto che ne ha pagato il prezzo più alto (diecimila morti), mentre il numero di soldati siriani e giordani uccisi non ha superato i cinquemila. Eppure, gli arabi avrebbero preferito perdere uomini invece che territori e dignità. La naksa, letteralmente la «ricaduta», evoca la disfatta di fronte a Israele, ma anche - e soprattutto- la brutale interruzione del grande disegno di uno stato arabo progressista, nazionalista e modernista, incarnato dal nasserismo e dal baathismo (1), che era sembrato avverarsi con la creazione della Repubblica araba unita tra l'Egitto e la Siria (1958-1961).

Per quasi due decenni, dal 1950 al 1967, gli arabi avevano conservato la speranza di una seconda possibilità di «riparare» alla «catastrofe» (nakba), originata dalla perdita della Palestina nel 1948-1949. Nel 1967, lo stato ebraico diventava una realtà inamovibile, mentre in Israele si rafforzava l'idea dell'irreversibilità della conquista dei territori e lo scacchiere politico si ridefiniva in conseguenza (2).

 La sconfitta ha segnato profondamente i comportamenti, anzi il sistema di valori, delle società arabe. Il prezzo della vita umana ne è risultato ridotto. Certo, una famiglia non è meno disperata per la perdita del proprio figlio; ma le società si considerano in guerra, una guerra legittima di cui il dolore è parte integrante. È a quel periodo che risale la glorificazione della morte, prima da parte dei fedayin palestinesi, che si immolano per la terra e la tutela dell'identità nazionale, poi dei movimenti islamici, che la ripropongono e sacralizzano.

 In primo luogo, la guerra dei sei giorni rappresenta una svolta politica nella regione con, da una parte, la «palestinizzazione» del conflitto arabo-israeliano, dall'altra, l'affermazione del fattore religioso. Per la prima volta dal 1948, sono i palestinesi in prima persona a gestire le proprie rivendicazioni tramite l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), nata nel 1964 e rapidamente riconosciuta dalla Lega araba come unica rappresentante del popolo palestinese. Alla fine degli anni '60, l'Olp sceglie la strada della resistenza armata; e poi, man mano che i paesi da cui può condurre la propria azione vengono sgombrati, decide forme di resistenza alternative.

 Dopo l'allontanamento dalla Giordania nel 1970-'71, sceglie la strada del terrorismo internazionale, uno strumento chiave della sua strategia di sopravvivenza a cui rinuncerà completamente solo negli anni '80. L'affermarsi di gruppi armati non appartenenti a uno stato, che sferrano attacchi oltre le frontiere, è una novità. Essi si scontrano sia con Israele che con la dirigenza dei paesi da cui operano.

 In secondo luogo, si assiste a una svolta nelle relazioni tra politica e religione e al recupero da parte dei capi musulmani di ampie frange dell'opinione pubblica. Già all'indomani della sconfitta, richiamato al potere dalle grandi manifestazioni che hanno fatto seguito alle sue dimissioni (3), il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser cerca l'appoggio dei religiosi. Con successo. Il giorno dopo la sconfitta, in una preghiera pubblica, lo sceicco Mo-hammed Mitwalli Shaarawi, il più popolare dei responsabili religiosi del paese, dice: «grazie a Dio per questa traumatica sconfitta che è servita a svegliare la nazione e a renderla consapevole che si è smarrita escludendo la religione dagli affari pubblici».

 Il potere, convinto che riuscirà a controllare i religiosi, vede nella strumentalizzazione della religione un mezzo per ricostruire la legittimità perduta. Nasser nomina lo sceicco Shaarawi responsabile della predicazione all'interno del partito unico. Ma, molto presto, ne misurerà i rischi e cercherà di contenerne l'influenza.

 Quando gli succede nel 1970, Anwar al Sadat riprende la strategia della cooptazione. Si stabilisce e si approfondisce allora una connivenza tra i due poteri, con l'obiettivo di anestetizzare la popolazione e impedirle di sfidare l'ordine esistente. Tuttavia, le stesse autorità religiose cominciano a rendersi autonome, confidando nella loro presa sui cuori e sulle coscienze. Invadono lo spazio pubblico: cultura, affari sociali, media, rapporti con l'altro - il vicino cristiano o l'occidentale più lontano, ma più minaccioso. La crescita del loro potere (Al-Azhar in Egitto, religiosi wahhabiti in Arabia saudita) li trasforma in un polo alternativo capace di strutturare la vita della società, di dare un significato all'esistenza collettiva; mentre i notevoli mezzi finanziari danno loro la possibilità di fornire servizi sociali a una popolazione impoverita

Di fronte allo «stupro» della terra musulmana,

gli islamisti mostrano un attaccamento ossessivo

alla nozione di onore e virtù, che le donne

avrebbero la vocazione e il dovere di tutelare

Inoltre, l'istituzione religiosa, ancor prima della proliferazione di movimenti radicali che si richiamano all'islam, pone la questione palestinese al centro della problematica identitaria, dandole sacralità. Essa riformula lo scontro nazionale e territoriale in termini di antagonismo giudaico-musulmano. Dire che l'islamismo è la risposta alla creazione dello stato ebraico su base religiosa è un'inesatta lettura retrospettiva. Tra il 1948 e il 1967, Israele era stato percepito come la realizzazione di un progetto nazionalista, al quale si opponeva il nazionalismo arabo e palestinese. Ma la sconfitta dei poteri nasseriano e baathista, nel 1967, ha cancellato qualsiasi capacità di formulare una griglia di lettura del conflitto. Sotto l'influenza dell'istituzione religiosa, la storia viene riscritta: le generazioni cresciute dopo la guerra dei sei giorni - che rappresentano oggi la stragrande maggioranza della popolazione - ,conoscono una storia impregnata del linguaggio religioso. Il quale suscita anche sensi di colpa in chi tenda ad allontanarsi dalla religione e a smarrire la giusta via.

In quarant'anni, il divorzio tra le società arabe e i poteri costituitisi è approfondito. Ormai, la gestione delle coscienze è lasciata  all'establishment religioso, quella delle frustrazioni e delle aspirazioni politiche ai movimenti islamici, a loro volta scissi in due grandi  correnti, l'una legalitaria, l'altra «rivoluzionaria».

È sempre a partire dall'Egitto che si definiscono gli orientamenti ideologici e prendono origine i flussi che si diffondono in tutta la regione. Al disonore della sconfitta del 1967, si aggiunge la vicinanza del nemico israeliano, con le sue forze di stanza sulla riva est del canale di Suez e sulle alture del Golan, a meno di cento chilometri dalla capitale siriana. I Fratelli musulmani abbandonano le idee di Sayyed Qotb (4), rinunciano alla violenza e adottano una strategia di conquista progressiva della società attraverso un'aggressiva diffusione del loro credo. Si richiamano sempre allo jihad contro le forze occupanti (Israele o la presenza militare straniera), ma prendono esplicitamente le distanze dai radicali che vogliono la guerra ad oltranza contro gli infedeli, sia dentro che fuori il paese, per la gloria di Dio.

In compenso, fanno la loro comparsa i Gamaat islamyia, che vogliono impegnarsi in azioni violente. Si separano dai Fratelli musulmani per indirizzare la loro azione in tre direzioni (5). Come prima cosa, partono alla conquista dei giovani, s'insediano nelle università, penetrano nelle scuole secondarie più prestigiose e reclutano tra i ragazzi delle grandi famiglie borghesi di Damasco, Amman, il Cairo, Alessandria, Khartum. L'islamismo radicale, movimento in primo luogo intellettuale e politico, non è mai stato appannaggio delle classi povere. I suoi dirigenti, sia quelli dei Gamaat a partire dal 1967 che, più tardi, quelli di al Qaeda, sono intellettuali della borghesia istruita e agiata.

Poi, si mobilitano con imponenti campagne per estendere l'uso del velo. La ragione? Di fronte allo «stupro» della terra musulmana, gli islamisti mostrano un attaccamento ossessivo alla nozione di onore e virtù, che le donne avrebbero la vocazione e il dovere di tutelare. Dal momento che i governanti non sono stati capaci di salvaguardare né onore né virtù, farlo spetta direttamente alla società e alle donne.

 Infine, terzo aspetto della strategia dei Gamaat, l'allenamento fisico e sportivo. Partendo dall'idea positiva dell'igiene di vita e di un corpo sano, i militanti sono già consapevoli che in questo modo, preparandosi di fatto all'azione armata, si stanno addestrando allo scontro con il potere.

 In un primo tempo, i Fratelli musulmani egiziani - la cui direzione negli anni 1965-'66 era stata decimata da una feroce repressione, i capi uccisi o condannati a lunghe pene detentive - vedono, nell'attrazione esercitata dalle tesi dei Gamaat sulla gioventù, un mezzo per rinnovarsi e rimpinguare i ranghi. Ma i giovani arrabbiati vogliono la guerra, e i Fratelli hanno già optato per la via pacifica, una scelta che non sarà mai rimessa in discussione.

 Ad ogni grande crisi, si riprodurrà lo stesso schema. La repressione anguinosa dei Fratelli musulmani siriani nella città di Hama nel 1982; la feroce caccia ai gamaat da parte del potere in Egitto, negli anni 1988-'92, a seguito degli attentati contro civili e turisti; il decennio nero degli anni '90 in Algeria; l'11 settembre 2001...Tutte queste crisi provocano due reazioni opposte: una frazione (maggioritaria) rinuncia alla violenza o alla clandestinità e sceglie legalità e moderazione, mentre una frangia minoritaria si radicalizza e s'impegna nella violenza jihadista, spesso esiliandosi.

 Sul lungo periodo, il discorso moderato e i metodi legali si dimostrano politicamente vincenti: la popolarità di chi sostiene que-sta posizione aumenta. Del resto, i poteri politici, che non sanno usare altro che i servizi di sicurezza, i famosi moukhabarat, in Arabia saudita, Egitto, Giordania, Marocco, contano sugli islamisti moderati per polemizzare con gli estremisti sul piano dottrinale, arginare la loro attrazione sui giovani e screditarne la violenza. L'esperienza lo prova, in quanto il peso dei gruppi armati, in Egitto come in Algeria, diminuisce. Ma l'islamismo proposto dai moderati e dalle istituzioni religiose s'impone come modo di pensare e modello sociale accompagnato da maggior conservatorismo e limitazione delle libertà.

 La sconfitta del 1967 provoca anche la caduta dei gruppi dirigenti al potere in Siria, Iraq, Sudan e Libia. Ma sono gli ultimi sconvolgimenti di questo tipo, mentre, fin dal 1948, l'instabilità politica faceva parte del paesaggio mediorientale e i colpi di stato si succedevano l'uno all'altro senza soluzione di continuità. Da quasi quarant'anni gli stessi dirigenti (o i loro figli) sono saldamente installati al potere (6).

 Nel 1973, si assiste ad una scossa che resterà un modello nell'immaginario arabo. La guerra sferrata dal Cairo e Damasco nel mese di ottobre rilancia la speranza che l'affronto del 1967 possa essere lavato, il rapporto di forze invertito. A livello strategico, soprattutto, la mobilitazione comune delle risorse militari e petrolifere lascia pensare che esista una solidarietà araba, se non un'unione, che può dare consistenza alle rivendicazioni dei più deboli, in primo luogo i palestinesi. Sul piano politico, il mondo arabo appare compatto e formula rivendicazioni coerenti. Infine, sul piano economico, la manna improvvisa che affluisce verso i paesi petroliferi lascia sperare che le società possano beneficiarne attraverso una redistribuzione della ricchezza ad opera dei governanti

In quarant'anni, il nazionalismo palestinese

ha cambiato strategia, leadership, discorso,

relazioni, ma la lunga occupazione

ha provato il suo carattere irriducibile

Speranze rivelatesi presto illusorie. Sul piano militare, la guerra non porta alcun miglioramento e finisce in pareggio. I tempi dei negoziati e dei compromessi erano stato fissati ancor prima che iniziassero le ostilità. Dopo aver attraversato con successo il canale di Suez, l'esercito egiziano si era fermato per decisione politica: il presidente Sadat voleva solo spostare la linea del cessate il fuoco del 1967, per iniziare i negoziati partendo da una posizione di maggior vantaggio.

Israele aveva avuto paura, ma era stata rassicurata troppo presto, prima di essere costretta ad impegnarsi a restituire i territori occupati. I capofila, Egitto e Arabia saudita, hanno subito dimostrato che la nuova solidarietà araba dipendeva dall'appoggio e dall'aiuto degli Stati uniti. Infine, la ricchezza improvvisa di cui gli stati petroliferi hanno goduto, e le sue notevoli ricadute sugli altri stati arabi - in particolare le rimesse inviate da una mano d'opera immigrata in modo massiccio nel Golfo - , è stata accompagnata da un aumento senza precedenti di corruzione, affarismo parassitario e malessere sociale. Il petrolio ha arricchito e consolidato i poteri costituiti, corteggiati dai paesi consumatori. La guerra dei sei giorni ha segnato una generazione, traumatizzata come lo furono i ventenni francesi al momento della sconfitta del 1940. Si è ritrovata unita nella disfatta, stordita, i «cuori spezzati (7)». Gli adulti si erano lasciati confiscare la matrice del proprio destino; la loro delusione fu terribile. Ma era ben più grave la situazione di chi stava diventando adulto: bisognava costruire il futuro a partire da una realtà paralizzante. Fisicamente, lo spazio arabo era trasformato. La guerra e molti territori erano perduti. Bisognava ormai accettare Israele nelle frontiere che il mondo gli riconosceva, quelle del 4 giugno 1967, sperando che se ne accontentasse in cambio dei gesti di buona volontà che esigeva

La guerra e molti territori erano perduti.

Bisognava ormai accettare Israele

nelle frontiere che il mondo gli riconosceva

Mentalmente, questa generazione è cambiata nel tempo. Ha aperto gli occhi sul mondo, consapevole che erano finiti i bei tempi in cui le società avevano prospettive comuni. Guardare al futuro è angosciante, l'orizzonte negato; la bussola non può essere cercata nel passato. Per molti, il mito - più che la memoria viva - è diventato una valvola di sfogo. La cultura politica delle generazioni del dopo1967, araba, antimperialista, nazionalista o islamica, si è tessuta sul canovaccio della guerra, i confini della sua coscienza sono quelli della linea del cessate il fuoco del 12 giugno. Israele ha modificato le frontiere militari e strategiche e poi, con il prolungarsi dell'occupazione, le realtà economiche e umane.

 L'assenza di democrazia nel resto del mondo arabo ha negato alle società spazi di dibattito e meccanismi di partecipazione. Così, l'élite intellettuale ha cercato da sola di riflettere su questi temi, mentre i dirigenti tentavano di negoziare una pace - la loro - e la popolazione, lasciata a se stessa, ha cercato soluzioni ai suoi angoscianti problemi quotidiani, sotto la cappa di governi da cui non si aspetta più molto.

 Il passato, questo «veleno dell'intelletto» secondo Paul Valéry, il mondo arabo non ha saputo analizzarlo e ancor meno superarlo. In quarant'anni, il nazionalismo palestinese ha cambiato strategia, leadership, discorso, relazioni, ma la lunga occupazione ha provato il suo carattere irriducibile. Henry Kissinger, che lanciò una famosa apostrofe - «Bye bye Olp» - , non era più là ad accogliere Hamas. Per la generazione segnata da questa guerra, la soluzione della questione palestinese resta la condicio sine qua non e l'elemento chiave per proiettarsi serenamente verso il futuro. Solo facendo saltare questo nodo sarà possibile opporsi ai governi esistenti e promuovere democrazia e libertà senza sentirsi accusare di tradimento della grande causa; ridiscutere il peso di eserciti e servizi di sicurezza sulla vita delle società; rimettere in questione il pensiero unico islamista e ritrovare la fiducia nelle relazioni con l'estero e con l'Occidente in particolare. Ma la giovane generazione ha deciso diversamente nel 2011: ha innanzitutto voluto cambiare le regole del gioco politico, il posto dei servizi di sicurezza, allargare la democrazia; non ha rinunciato tuttavia a rivendicare il riconoscimento dei diritti palestinesi.

 BassmanKodmani

* Direttrice dell'Arab Reform Initiative, Parigi; autrice, in particolare, di La Diaspora palestinienne, Presses universitaires de France, Parigi, 1997, e di «The dangerof political exclusion. Egypt's islamist problem», Carnegie Papers, n° 63, Washington,ottobre 2005.

(1) Gamal Abdel Nasser (1918-1970) prese il potere in Egitto nel 1952, grazie al movimento degli Ufficiali liberi, e si fece paladino dell'unità araba. Il partito Baas (che significa «rinascita»), creato nel 1947 sulle parole d'ordine «unità, liberazione, socialismo», raccoglieva consensi tra i militari e le classi medie. Disponendo di «sezioni» in ogni paese arabo, il partito conquista il potere in Siria e in Iraq negli anni '60. Tuttavia, pessime relazioni e divergenze tra Damasco e Baghdad hanno impedito ogni forma di unità araba.

(2) Cfr. Ian S. Lustick, Unsettled States, Disputed Lands: Britain and Ireland, France and Algeria and the West Bank-Gaza, Cornell University Press, New York, 1993

(3) Il 9 giugno, subito dopo la sconfitta, Nasser dà le dimissioni, ma il giorno successivo, grazie a manifestazioni oceaniche, torna sulla sua decisione.

(4) Membro dei Fratelli musulmani, teorico della violenza come strategia politica che ispira i movimenti jihadisti. Ucciso per ordine di Nasser nel 1966.

(5) Cfr. Safahat majhoula fi tarikh al haraka al islamyia al mu'asira. min al naksa ila almachnaqa, testimonianza di Talal Al-Ansari (uno dei capi del jihad islamico egiziano), raccolta da Abdallah Sourour, Al Mahrousa, Il Cairo, 2006.

(6) Cfr. Farouk Mardam-Bey e Elias Sanbar, Etre arabe, intervista con Christophe Kantcheff, Actes Sud, Arles, 2006.

(7) Charles Taylor, «A different kind of courage», The New York Review of Books, 26 aprile 2007.

(Traduzione di Graziana Panaccione.)