La lingua araba, la Rolls  la Wolskwagen

La lingua è il cuore dell’identità dei popoli e della loro resistenza all’impresa coloniale. Ma l’arabo ha la caratteristica di essere “scisso” tra la lingua classica e i dialetti nazionali, a volte incomprensibili gli uni agli altri. Questa dualità può diventare una ricchezza e una forza?

di Edward Said*

La pratica di parlare e scrivere l'arabo dà adito a numerose controversie. È un problema tanto più temibile in quanto è legato a fattori ideologici che non hanno nulla a che vedere con il vissuto stesso di questa lingua per i suoi fruitori indigeni. Non so da dove nasca questa concezione secondo cui l'arabo esprimerebbe sostanzialmente una violenza terrificante e incomprensibile, ma va da sé che tutti quegli scellerati col turbante che facevano bella mostradi sé sugli schermi di Hollywood negli anni 1940 e 1950 e parlavano alle loro vittime digrignando i denti con un gusto sadico,  'entrano e come. Ha contribuito anche, più di recente, l'ossessione dei mass media degli Usa sul terrorismo, che sembra riassumere in sé tutto quel che riguarda gli arabi.

 E tuttavia, la retorica e l'eloquenza nella tradizione letteraria araba hanno una vita millenaria: sono stati gli  crittori abassidi, quali Al-Jahiz e Al-Jurjani, a elaborare sistemi estremamente complessi e sorprendentemente moderni per la comprensione della retorica, dell'eloquenza e di metafore e iperboli (1). Ma tutto il loro lavoro si basa sull'arabo classico scritto e non  sulla parlata quotidiana - perché il primo è dominato dal Corano, al tempo stesso origine e modello di tutto ciò che è venuto dopo in materia linguistica.

 Spieghiamo questo punto, praticamente sconosciuto ai fruitori delle lingue europee moderne, in cui c'è un'ampia coincidenza tra lingua parlata e lingua letteraria, e in cui le sacre scritture hanno praticamente perso la loro autorità verbale. Tutti gli arabi si servono di un dialetto parlato che varia notevolmente da una regione o daun paese all'altro. Io, ad esempio, sono cresciuto in una famiglia in cui si parlava un miscuglio della lingua che era correntemente utilizzata in Palestina, Libano e Siria: quei tre dialetti presentavano  differenze sufficienti a distinguere, ad esempio, un abitante di Gerusalemme da uno di Beirut o di Damasco - ma tutti e tre potevano comunicare tra loro senza grande fatica.

Quando sono andato a scuola al Cairo, dove ho trascorso gran parte della giovinezza, parlavo anche - correntemente - il dialetto egiziano, molto più rapido ed elegante degli altri dialetti che si parlavan nella mia famiglia. Per giunta, l'egiziano era particolarmente diffuso: quasi tutti i film arabi, i drammi trasmessi alla radio, poi i serial televisivi, erano prodotti in Egitto - per cui il loro idioma divenne un linguaggio familiare agli abitanti di tutto il mondo arabo.

 Durante gli anni 1970 e 1980 - quelli del boom petrolifero - prosperò la produzione di film televisivi anche in altri paesi, privilegiando però l'arabo classico. Si riteneva che questi film in costume, ampollosi e pesanti, fossero più confacenti con i gusti dei   musulmani (e dei cristiani di vecchio stampo, generalmente più puritani), che avrebbero potuto storcere il naso si fronte ai film delCairo, pieni di spirito.

 E a noi sembrano spaventosamente noiosi! Anche il mousalsal (serial) egiziano girato in tutta fretta con pochi soldi era infinitamente più divertente che non il migliore dei film drammatici, ben cadenzati nella lingua classica.

 Di tutti i dialetti, comunque, soltanto l'egiziano ha conosciuto una simile diffusione. Al punto che io incontrerei non poca difficoltà a capire un algerino, tanto grande è la differenza tra i dialetti del Mashreq e quelli del Maghreb. Incontrerei la stessa difficoltà con un iracheno o anche con un interlocutore che parli con unforte accento del Golfo. Per questo motivo i programmi d'informazione radiofonici e televisivi utilizzano una versione modificata e modernizzata della lingua classica, che può essere compresa in tutto il variegato mondo arabo, dal Golfo al Marocco - che si  tratti di dibattiti, documentari, incontri, seminari, prediche alla moscheae discorsi a comizi nazionalistici, come pure degli incontri quotidiani tra cittadini che parlano linguaggi molto diversi tra loro.

 Al pari del latino per i dialetti europei parlati fino al secoloscorso, l'arabo classico è rimasto molto vivo e presente come lingua comune di scrittura, nonostante le immense risorse di tutta lavasta gamma di dialetti parlati che, a eccezione dell'egiziano, non si sono mai estesi al di là del singolo paese. Inoltre, questi dialetti parlati non possono vantare la ricca letteratura della lingua franca (2) classica.

 Anche i cosiddetti scrittori «regionali» tendono ad utilizzare la lingua moderna classica, e soltanto sporadicamente ricorrono all'arabo dialettale. In pratica, una persona istruita dispone di due prassi linguistiche ben distinte. Al punto che, ad esempio, si può conversare in arabo dialettale con un giornalista o con un telecronista, poi, improvvisamente, non appena inizia la registrazione, si passa senza la minima difficoltà alla lingua classica, intrinsecamente più formale e più forbita.

 “Come Venere, è nata in una condizione
di bellezza perfetta, e ha conservato
tale bellezza nonostante le peripezie della storia
e le forze del tempo”

Naturalmente, esiste un legame tra i due idiomi: le lettere sono spesso identiche e anche la successione delle parole. Ma i termini e la pronunzia sono differenti, nella misura in cui l'arabo classico, versione standard della lingua, perde ogni traccia di dialetto regionale o locale, e si afferma come strumento sonoro modulato con cura, elevato, estremamente flessibile, le cui formule consentono un grande sfoggio di eloquenza. L'arabo classico utilizzato correttamente è impareggiabile per la sua precisione di espressione e per il modo straordinario in cui le variazioni delle singole lettere in una parola (in particolare le desinenze), consentono di esprimere cose molto diverse tra loro.

 È anche una lingua che vanta una centralità impareggiabile rispetto alla cultura araba: come ha scritto Jaroslav Stekevych, che gli ha dedicato il libro moderno più valido (3), «come Venere, è nata in una condizione di bellezza perfetta, e ha conservato tale bellezza nonostante le peripezie della storia e le forze del tempo». Per lo studioso occidentale, «l'arabo suggerisce un'idea di astrazione quasi matematica. Il sistema perfetto delle tre consonanti radicali le forme derivate dei verbi con il loro significato di base, la formazione precisa del sostantivo verbale, dei participi. Tutto è chiarezza, logica, sistema e astrazione». Ma è anche un bell'oggetto da ammirare nella sua forma scritta. Da ciò deriva anche il ruolo centrale e duraturo della calligrafia, un'arte combinatoria di estrema complessità, più vicina alla decorazione e all'arabesco che non alla esplicitazione del discorso.

 I primi giorni della guerra in Afghanistan, sul canale satellitare arabo Al-Jazeera si potevano seguire dibattiti e reportage introvabili sui media statunitensi. Quello che più colpiva, a prescindere dal contenuto di tali trasmissioni, era nonostante la complessità dei problemi affrontati, l'elevato livello di eloquenza che caratterizzava i partecipanti, alle prese con le peggiori difficoltà - anche le persone più repellenti, compreso Osama bin Laden. Quest'ultimo parlava con una voce dolce, senza esitazioni, senza commettere il minimo errore, e anche questo ha il suo peso, nell'influenza che egli esercita. In tono minore, si può fare lo stesso discorso per i non arabi, ad esempio gli afghani Burhanuddin Rabbani e Hikmat Gulbandyar, che, pur senza padroneggiare l'arabo dialettale, si trovano particolarmente a loro agio con la lingua classica.

 Certo, quello che attualmente viene indicato come arabo moderno standard (o classico) non è esattamente identico alla lingua in cui fu scritto il Corano, quattordici secoli addietro. Per quanto il libro sacro continui ad essere un testo profondamente studiato, la sua lingua appare arcaica, se non addirittura enfatica e pertanto  inutilizzabile nella vita di tutti i giorni. In confronto alla prosa moderna, ha l'incedere della poesia in prosa.

 L'arabo classico moderno deriva dal processo di modernizzazione che è iniziato negli ultimi decenni del XIX secolo - il periodo della Nahda, o rinascita. È stato principalmente opera di un gruppo di persone che vivevano in Siria, Libano, Palestina ed Egitto (tra le quali i cristiani erano sorprendentemente numerosi). Costoro si impegnarono tutti insieme a trasformare la lingua araba, modificando e semplificando la sintassi della lingua originale del VII secolo tramite un processo di isti'rab o arabizzazione: si trattava di inserire nella lingua termini quali «treno», «compagnia», «democrazia », «socialismo», palesemente inesistenti nel periodo classico. In che modo? Attingendo alle immense risorse della lingua grazie al processo grammaticale tecnico dell'al-qiyas, l'analogia. Quegli uomini imposero un vasto vocabolario del tutto nuovo, che attualmente rappresenta circa il 60% della lingua classica standard. In questo modo, la Nahda ha portato a una liberazione dai testi religiosi, introducendo surrettiziamente un nuovo secolarismo in quel che si dice e si scrive in arabo.

 La grammatica araba è talmente elaborata e affascinante nella sua logica da risultare di più facile comprensione allo scolaro più maturo, in grado di cogliere meglio le sottigliezze del suo ragionamento.

 Per un'ironia del destino, il migliore insegnamento dell'arabo viene impartito a non arabi - negli istituti di lingue in Egitto, Tunisia, Siria, Libano e nel Vermont, in Usa.

 Allorché la guerra arabo-israeliana del 1967 mi spinse ad as-sumere un impegno politico a distanza, mi ha colpito soprattutto una cosa: la politica non si discuteva in 'ameya, la lingua del grande pubblico come viene definito l'arabo dialettale, ma più spesso nella rigorosa e formale fosha o lingua classica. Non ho tardato a capire che si presentavano le analisi politiche agli incontri e ai comizi in maniera tale da farle sembrare più profonde di quanto non fossero in realtà. Con grande delusione, ho scoperto che questo valeva in particolare per le approssimazioni del gergo dei marxisti e dei movimenti di liberazione dell'epoca: le descrizioni di classe, degli interessi materiali, del capitale e del movimento operaio, erano arabizzate e rivolte in ponderosi monologhi non al popolo, bensì ad altri militanti «iniziati».

 In privato, leader popolari quali Yasser Arafat e Gamal Abdel Nasser, con cui ho avuto dei contatti, maneggiavano l'arabo dialettale molto meglio dei marxisti, che pure erano ben più istruiti del leader palestinese e di quello egiziano. Nasser in particolare parlava alle masse dei suoi sostenitori in dialetto egiziano, frammisto a frasi altisonanti del fosha. Quanto ad Arafat, dato che l'eloquenza  arabadipende molto dall'elocuzione e la cadenza drammatica, la sua reputazione di oratore è al di sotto della media: i suoi errori di pronunzia, le sue esitazioni e le sue circonlocuzioni maldestre per un orecchio ben addestrato, rappresentano l'equivalente dell'elefante  he si agita in un negozio di porcellane.

L'Università Al-Azhar, al Cairo, rappresenta una delle più antiche istituzioni accademiche del mondo; è ritenuta anche la sede dell'ortodossia islamica, in quanto il suo rettore è la massima autorità religiosa dell'Egitto sunnita. Per di più Al-Azhar insegna - essenzialmente, ma non esclusivamente - il sapere islamico, incentrato nel Corano, come pure tutto ciò che ad esso è collegato in fatto di metodi di interpretazione, di giurisprudenza, di hadith (4), di lingua e di grammatica.

 La padronanza dell'arabo classico si pone quindi al cuore stesso dell'insegnamento islamico di Al-Azhar, per gli arabi e gli altri musulmani. Questo perché i musulmani considerano il Coranoil Verbo di Dio creato, «sceso» (mounzal) attraverso una serie di rivelazioni fino a Maometto. Per questo stesso motivo, la lingua del Corano è sacra; contiene regole e paradigmi obbligatori per coloro che l'utilizzano anche se, paradossalmente, per motivi dottrinali (ijaz), non è consentito imitarla.

 Sessanta anni fa si ascoltavano gli oratori e ci si lanciava in commenti interminabili sulla precisione del loro linguaggio non di meno che sul contenuto dei loro discorsi. Allorché ho fatto il mio primo   scorso in arabo, al Cairo, vent'anni fa, quando ebbi finito di parlare uno dei miei giovani parenti mi si è avvicinato per dirmi quanto fosse rimasto deluso della mia scarsa eloquenza. «Ma hai capito quello che dicevo?» ho chiesto con voce flebile - la mia principale preoccupazione era quella di farmi capire bene su alcuni aspetti delicati di politica e di filosofia. «Sì, naturalmente, mi ha risposto,  scrollando le spalle con indifferenza, senza nessuna difficoltà, ma il tuo discorso non è stato abbastanza eloquente o retorico ». Questa recriminazione mi perseguita ancora adesso quando parlo in pubblico. Sono incapace di trasformarmi in un oratore eloquente. Mescolo la lingua dialettale e quella classica in maniera pragmatica, con risultati che lasciano a desiderare. Come mi è stato fatto osservare amichevolmente, assomiglio a una persona che possiede una Rolls Royce, ma poi preferisce viaggiare in Volkswagen.

 L'ho scoperto soltanto negli ultimi dieci o quindici anni: la prosa araba migliore, più pura, più incisiva che ho mai avuto l'occasione di leggere o di ascoltare è quella scritta dai romanzieri (e non dai critici) come Elias Khoury o Gamal Al-Ghitany. Oppure dai nostri due massimi poeti viventi, Adonis e Mahmoud Darwish: ognuno di loro, nelle sue odi, si innalza a rapsodiche, sublimi vette trascinando enormi folle nella frenesia dell'estasi e del rapimento.

 Per loro, la prosa è uno strumento aristotelico affilato come un rasoio. La loro conoscenza del linguaggio è così immensa, così naturale, i loro doni così eccelsi, che possono essere chiari ed eloquenti al tempo stesso, senza dover ricorrere a riempitivi, faticose verbosità o virtuosismi fini a se stessi. Nel mio caso, visto che non mi sono formato nel sistema scolastico nazionale arabo (in opposizione al sistema coloniale), mi tocca fare sforzi coscienti per mettere correttamente e chiaramente in ordine una frase in arabo classico - con risultati non sempre eccelsi in termini di eleganza, devo pur ammetterlo...

Edward Said

* Morto nel settembre del 2003, Edward Said era professore di letteratura comparata presso la Columbia University, autore tra l'altro di Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli, 2003 e La tragedia di essere vittima delle vittime, Gamberetti, 1995.

(1) Figure retoriche con le quali una parola o un'espressione assumono un significato diverso da quello abituale.

(2) Lingua mista, vicina all'italiano, che nell'arco di molti secoli, in tutto il bacino del Mediterraneo, è servita a far comunicare i cristiani di varia origine con la popolazione musulmana.

(3) Réorientation, Arabic and Persian Poetry, Indiana University Press, Bloomington, 1994(4) Parole e atti di Maometto e dei suoi compagni.

(Traduzione di Rita Imbellone)