Il cammino della libertà

di Alain Gresh

 

In poche settimane, al prezzo di un migliaio di morti complessivamente, in Tunisia e in Egitto i popoli si sono sbarazzati pacificamente dei rispettivi dittatori. Rapidamente, il movimento si è esteso, dal Marocco alla Siria, passando per l’Arabia saudita e l’Iraq. Dappertutto, una stessa aspirazione alla libertà, alla dignità, dappertutto una stessa volontà di non cedere alla violenza. Nessun paese arabo è stato risparmiato, neppure i ricchi Emirati arabi uniti, dove degli oppositori sono stati arrestati e un’associazione di difesa dei diritti umani è stata posta sotto tutela. La rapidità con la quale si sono propagate le fiamme della  rivolta, diffuse in particolare dalla tv Al Jazira, ha fatto nascere delle illusioni : il cambiamento sarà rapido ; i regimi cadranno gli uni dopo gli altri come dei castelli di carte ; il domani, in senso letterale, sarà radioso.

Ma non è andata così. La contro-rivoluzione ha colpito in Bahrain, con l’intervento delle truppe del Golfo. La Libia è sprofondata in una guerra che ha permesso l’intervento della Nato. Il presidente yemenita, Ali’ Abdallah Saleh, non molla il trono. Il potere siriano tenta di schiacciare l’opposizione. E quello che deve essere fatto per gli egiziani e i tunisini è enorme, in particolare nel campo economico e sociale.

Assisteremo, come nel 1848 in Europa, alla repressione della « primavera dei popoli » ? Molti commentatori sono rassegnati. Questo pessimismo riguarda sia coloro che pensano che gli arabi non saranno mai maturi per la democrazia; sia coloro che agitano, una volta ancora, la minaccia islamista; sia coloro che si chiudono nei tempi dei media : qualsiasi lotta che dura più di una settimana è in un « vicolo cieco », qualsiasi crisi che dura più di un mese si « impantana ». Tuttavia, nel luglio 1790, un anno dopo la presa della Bastiglia, la Francia era ancora un regno e l’Europa sembrava immobile…

Era senza dubbio ingenuo pensare che dei dittatori, rinchiusi da decenni nei loro fortini, si sarebbero arresi senza resistenza. O anche che la loro caduta avrebbe significato un cambiamento di sistema sociale. I poteri in carica dispongono di potenti mezzi di repressione, di cui si è potuta misurare la terribile efficacia, anche se il ricorso a questi metodi non ha fatto né tacere i cittadini né ha riportato l’« ordine ».

Ed è ancora più allarmante il fatto che questi regimi non si fermino di fronte all’utilizzazione di una temibile risorsa. In Medioriente, in particolare, regna una infinita diversità : kurdi e arabi, cristiani e musulmani, ortodossi e cattolici, sunniti e sciiti vivono, da tempo, fianco a fianco, sovente in pace tra loro, a volte come rivali, in alcuni casi arrivano allo scontro. Ma da molto tempo il confessionalismo e le identità nazionali sono state strumentalizzate sia dalle potenze coloniali, come in Libano dove la Francia li ha istituzionalizzati, sia dai regimi nati dalle indipendenze che « dividono per regnare » ; in Egitto, per esempio, Hosni Mubarak ha sfruttato la questione copta, mantenendo la minoranza cristiana in una situazione di inferiorità pur presentandosi contemporaneamente come lo scudo che li difendeva dall’islamismo.

Queste manovre non sono cessate con lo scoppio della rivolta araba. La dinastia regnante (sunnita) in Barhrain, dove la maggioranza della popolazione è sciita, ha mobilitato su base confessionale. Strumentalizzando le paure, la famiglia reale ha imposto lo stato d’emergenza, il terrore su grande scala, e fatto appello alle truppe dei suoi alleati del Golfo, in primo luogo l’Arabia saudita. Una campagna di una xenofobia particolarmente disgustosa ha accusato i manifestanti, alcuni dei quali erano sunniti, di essere al soldo dell’Iran. In seguito, tutti i paesi del Golfo hanno seguito questa strada, accentuando le divisioni che erano già cresciute con l’intervento americano in Iraq e l’insediamento di partiti sciiti alla testa del governo a Bagdad. Fin dal 2004, il re di Giordania aveva messo in guardia contro la creazione di un « arco sciita », dall’Iran al Libano passando per gli emirati del Golfo.

In Siria, il regime del Baas, incapace di rispondere alle aspirazioni popolari, ha armato la minoranza alauita di cui fa parte, mentre alcuni gruppi salafiti sunniti tentano di trasformare il movimento di protesta in lotta contro gli « infedeli ».

 

La volontà unitaria dei manifestanti e le loro rivendicazioni civiche di libertà, giustizia sociale e democrazia, hanno in parte permesso di smascherare queste manovre di diversione, di continuare ad andare avanti, di approfondire le conquiste. La « primavera dei popoli » non è finita, mentre i discorsi più estremisti sono stati marginalizzati. Al Qaeda è stata spiazzata dalle mobilitazioni e la morte del suo capo Osama Bin Laden, ucciso dalle forze americane in Pakistan, segna, in modo simbolico, la fine di un’epoca e di un discorso che, all’inizio del secolo, trovava ancora una certa eco nel mondo musulmano.

Le strade della libertà e della dignità, aperte dal popolo tunisino e poi intraprese dagli altri popoli arabi, permangono incerte, in salita, rischiose. Ma, ormai, tornare indietro è impossibile. « Quando la libertà è esplosa una volta nell’anima di un uomo, gli dei non possono più nulla contro quest’uomo » (Jean-Paul Sartre, Le Mosche)

(traduzione Anna Maria Merlo)